Categoria: Psicologia

Conosci la tua Rabbia?

Cosa ne pensi?
La rabbia ci fa davvero male? E perché allora ci riempiamo di rabbia?

Prima di tutto voglio dirti una cosa importante:
per quanto siamo abituati a vedere la rabbia come un’emozione negativa, a tratti scomoda, che può addirittura farci sentire sbagliati, in realtà la rabbia ha delle ottime ragioni per esistere, cioè ha delle funzioni per noi fondamentali:

  • Difesa e protezione: la rabbia serve per attivarci e difenderci quando sentiamo che stiamo subendo un danno e avvertiamo un pericolo o una minaccia. Ci protegge inoltre dalle prevaricazioni, dalle ingiustizie e difende quelli che sono i nostri bisogni, aiutandoci a dire NO alle esigenze altrui a discapito delle nostre.
  • Attacco: la rabbia ci attiva per farci ottenere quello che vogliamo. Ci aiuta ad orientarci verso ciò che vogliamo prendere dalla nostra vita per essere felici e soddisfatti.

La rabbia quindi è un vero concentrato di energia che, se incanalato in modo corretto, può essere utile per il nostro benessere.
Per questo, ti invito a conoscere e ad entrare in contatto con la tua rabbia perché quando arriva ti sta dicendo qualcosa di importante per te e perché puoi utilizzare questa energia e trasformarla in Grinta per andare a prenderti quello che vuoi!

Ma allora…
QUANDO LA RABBIA DIVENTA UN PROBLEMA?
La rabbia può diventare un problema quando siamo troppo arrabbiati rispetto alla situazione che stiamo vivendo e quindi tendiamo ad avere reazioni molto estreme.
Si possono verificare due condizioni: la rabbia esplosiva o la rabbia inibita.

Quando siamo in preda alla RABBIA ESPLOSIVA possiamo perdere il controllo delle nostre azioni, diventare aggressivi e finire per ferire fisicamente o psicologicamente chi ci è davanti, incolparlo, colpirlo, picchiarlo. Può essere molto pericoloso in tanti contesti e, come sempre, capire il vissuto che sta alla base del comportamento ci permette di proteggerci e di proteggere anche gli altri.
In questi casi è necessario riconoscere e monitorare il livello di rabbia che stiamo vivendo (che evidentemente non è sempre uguale) grazie all’attivazione del nostro corpo che ci manda dei segnali: potremmo sentire infatti il respiro più affannoso, il cuore battere più velocemente, i muscoli contrarsi, e altre sensazioni soggettive.
Dovremo poi capire quale può essere la modalità migliore per esprimerla.
Devo dire che sono rimasta stupita dai risultati di un sondaggio che ho pubblicato sul mio profilo Instagram, da cui è emerso che ben il 70% delle persone vive la rabbia in questa modalità.
Quando il fuoco della rabbia divampa è difficile fermarlo!

Se il livello è elevato è necessario innanzitutto distanziarci dalla persona o dalla situazione che ci hanno attivato così tanto. In quel momento non siamo in grado di interagire in modo adeguato; questo vale anche per il nostro interlocutore che, quando vediamo che si attiva un po’ troppo, possiamo essere noi ad allontanarci.
Può essere utile esprimere la rabbia nel modo più adeguato a noi con alcune azioni utili come camminare, correre, stringere le palline antistress o colpire un cuscino.
Se invece il livello è più basso può essere utile fare una riflessione riconoscendo che nel momento in cui ci arrabbiamo stiamo dando a quella persona o situazione un grande potere, cioè il potere di cambiare il nostro stato mentale e attivarci fisicamente. Vogliamo davvero darglielo?
Altre volte invece può essere sufficiente esprimere la rabbia verbalizzandola con l’altro, cioè dicendo il motivo e cercare un punto di chiarimento.

Al contrario quello che può accadere è che noi abbiamo paura a tirare fuori la nostra rabbia e viviamo una RABBIA INIBITA. Succede quando stiamo zitti nelle

 

 varie situazioni, ci facciamo andare bene tutto, oppure siamo molto inibiti nel provare ad ottenere ciò che vogliamo.
Finiamo però per essere vittime di grande rimuginio: pensiamo alla situazione, a quello che avremmo potuto fare, a quello che potevamo dire, al fatto che non siamo riusciti a dire che non eravamo d’accordo, dire di no rispetto ad una richiesta che ci era stata fatta.
A posteriori la nostra mente attiva tantissimo il nostro pensiero per cercare di fare o anche solo immaginare qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo fatto. Inevitabile però è sentirsi inadeguati rispetto al comportamento avuto, ne deriva un senso di fallimento collegato alla tristezza perché non siamo riusciti a fare quello che volevamo fare e ci diciamo quanto siamo incapaci.
Un altro segnale di rabbia inibita che, da quanto emerge dai colloqui in studio, è molto diffusa, succede quando non riusciamo a esprimere la rabbia nel momento in cui sarebbe utile, ma lo facciamo in altre situazioni, quando torniamo a casa e con i cari o in altre situazioni esplodiamo alla minima cosa.
Non abbiamo avuto capacità di tirarla fuori al momento giusto, accumuliamo rabbia repressa e la tiriamo fuori con altre persone, magari proprio quelle a cui vogliamo bene.
In questi casi è utile riflettere sul reale motivo che ci ha attivati e su quali aspetti della comunicazione dovremo cercare di migliorare.
Una delle domande che più mi sento porre è questa: perché succede?
Se ti ritrovi in una di queste situazioni la CAUSA dipende dalla combinazione di tanti fattori, che ti elenco qui sotto:

  • predisposizione temperamentale, che però da sola non è sufficiente, c’è anche l’influenza degli eventi e del contesto;
  • esperienze relazionali, in particolare le esperienze precoci genitoriali;
  • esperienze in cui abbiamo visto altri per noi significativi che esprimevano la rabbia in una determinata modalità;
  • esperienze in cui noi stessi abbiamo espresso la nostra rabbia in una modalità che ha avuto una risposta positiva o negativa nelle persone accanto;
  • educazione ricevuta rispetto all’espressione delle emozioni e dei propri bisogni.

Se ti accorgi che stai utilizzando la rabbia in una modalità non adeguata, che finisce per farti stare male o per colpire le persone per te significative, puoi provare a riflettere per cambiare queste dinamiche poco funzionali, riconoscendo la rabbia all’inizio.

Possiamo usare la rabbia per le sue funzioni e questo ci farà un gran bene.
Quando qualcosa non ci va bene possiamo trovare il coraggio di poterlo dire, possiamo dire che non siamo d’accordo con quello che sta succedendo, possiamo dire che non vogliamo fare quello che ci viene chiesto.
Possiamo inoltre usare la rabbia per trovare la grinta necessaria per ottenere ciò che vogliamo, raggiungere i nostri obiettivi e sentirci pienamente soddisfatti.

Per mestiere più che dare risposte, faccio domande, e ti saluto proprio con questa:
pensi di fare un uso funzionale della tua rabbia?

Sopravvivere al rientro dalle vacanze

Ferie finite, la sveglia ricomincia a suonare, si ritorna al lavoro! In realtà, però, il pensiero di dover ricominciare ti ballava in testa già nel bel mezzo delle vacanze, quando ti sembrava ancora lontano, o quando il countdown preannunciava l’imminente fine delle vacanze e il rientro alle responsabilità.

Per un numero sempre crescente di persone, il ritorno alla quotidianità è però accompagnato da una sensazione di disagio psicologico.

Tutta colpa dei cambiamenti di ritmo e abitudini durante le vacanze. Infatti, dopo aver staccato la spina, il ritorno alla solita quotidianità, costellata di responsabilità e impegni, potrebbe avere un effetto negativo sull’umore.

Chiunque può esserne colpito, ma è più probabile che chi è insoddisfatto del proprio lavoro e del proprio contesto lavorativo abbia dei rischi più alti.

I sintomi sono: stanchezza, inquietudine, senso di insoddisfazione. Spesso ci si sente incapaci di concentrarsi, fisicamente appesantiti, psicologicamente non pronti e schiacciati dal senso di responsabilità e dai compiti incombenti. Sintomi che possono sfociare anche in ansia, insonnia, nervosismo, spossatezza eccessiva, sbalzi d’umore.

La comunità scientifica non sostiene l’esistenza di un’entità diagnostica che in quanto tale possa essere denominata sindrome post vacanze. La sindrome si riferisce al malessere psicologico prodotto dal riadattamento alla vita lavorativa, in seguito a un periodo di disconnessione. Pertanto, non è una malattia, ma un processo di (ri)adattamento che in alcune occasioni può creare difficoltà.

Parliamo quindi di stress da rientro dalle vacanze, ma spesso chi ne è sopraffatto prova reticenza nel parlarne e nell’accettarla, si ha paura di apparire ridicoli agli occhi delle altre persone e di non essere capiti. Il rischio di ricevere risposte poco empatiche è alto (“sei stressato dopo le ferie, figurati chi non le ha fatte”).

Ecco quindi 4 suggerimenti utili per combattere lo stress al rientro dalle vacanze:

  1. Riprendi i ritmi gradualmente. Negli ultimi giorni delle vacanze inizia a riprendere i tuoi ritmi quotidiani, abituati agli orari. Evita di passare dalle 10 alle 6 ore di sonno per notte.
  2. Occupati del tuo benessere a 360°. Fai attività fisica, l’esercizio fisico è sempre il miglior alleato contro lo stress, muoversi fa bene sia a livello fisico, ma anche psicologico perché si producono endorfine. Anche l’alimentazione è molto importante per un buon equilibrio psicofisico. Concediti momenti piacevoli, che sia una seduta di manicure, un aperitivo con gli amici, un po’ di shopping, sono tutte attenzioni che ti regalano un po’ di serenità. E perché no, concediti un week-end di relax o pianifica la prossima vacanza.
  3. Poniti le giuste domande. Porta alla mente perché fai ciò che fai? Quali valori guidano il tuo lavoro? Queste riflessioni ti consentono di orientare pensieri, idee e soprattutto azioni. In ogni lavoro si possono trovare valori, ma non solo, anche abilità che puoi sviluppare giorno dopo giorno. Dall’ingegnere, all’operaio, al falegname, al panettiere, all’insegnante, ogni mestiere può darti qualcosa. Con i valori nella storia l’uomo è riuscito a fare grandi cose, prima di tutto organizzarsi in comunità secondo il principio della condivisione e trasmissione. Vivere nella piena consapevolezza di quali valori guidano le tue azioni quotidiane può essere un buon punto di partenza per migliorare le tue abilità. I grandi valori dell’impegno, della precisione, della resilienza, della fatica, e anche lo stress sono comuni a tanti lavori e dall’essere richiesti e necessari per svolgere la professione possono diventare un tuo punto di forza.
  4. Le ferie hanno funzionato! Quanto più senti la difficoltà a riprendere la routine lavorativa, quanto più significa che te ne sei allontanato, riuscendo nell’intento di “staccare la spina”. Del resto, le ferie servono proprio a questo. Impara l’arte della gratitudine, cioè a riconoscere e apprezzare ciò che possiedi e che ti fa stare bene, che siano persone, luoghi, cose, esperienze.

Quello che una mamma non è (o non deve essere)

Cosa deve fare una mamma è una questione antica come la storia dell’umanità. E che la risposta sia tutto è assodato e universale, poi nessuna fa tutto, ma questa è un’altra storia.

La mamma è colei che per prima risponde al bisogno di amore di un neonato, è colei che lo mette in relazione con il mondo esterno facendogli conoscere il seno e il nutrimento. La mamma, o chi per lei svolge la funzione materna, accoglie e accudisce, riconosce e risponde alle necessità. Offre tempo di qualità in quantità, osserva, controlla ed è presente. Sa comunicare e mantenere. Insomma, diventare mamma implica mettersi in gioco, e non di poco; in altre parole comporta fare i conti anche con parti di sé del tutto inedite.

Si parla tanto di come deve essere una mamma e come deve comportarsi, sono tutti pronti a dispensare pareri e consigli spesso non richiesti. E anche per questo che oggi, invece, voglio dirvi quello che una mamma non è (o non deve essere).

Una mamma non è perfetta. Certo, nessuno è perfetto, ma c’è chi manifesta una spiccata tendenza al perfezionismo, cioè un atteggiamento caratterizzato da standard eccessivamente elevati, inflessibilità e desiderio di controllo su tutto. Il risultato, ahimè, non è un continuo miglioramento e superamento di sé, ma, al contrario espone a sentimenti di nullità, paura e vergogna, in quanto nasce dentro di sé una voce punitiva, critica, che è alla continua ricerca dei difetti.

La tendenza al perfezionismo nasce nell’infanzia, generalmente da genitori insicuri che investono emotivamente i bambini delle loro aspettative. Ecco quindi che una mamma non perfetta sarà colei che, con il suo esempio,  crea opportunità giornaliere per insegnare ai figli che non devono essere perfetti.

Una mamma non è incondizionatamente buona. Una mamma ama incondizionatamente, ma è sufficientemente buona. La mamma è una donna autentica che sa trasmettere sicurezza e amore, sa istintivamente quando è il momento di accudire, consolare o frustrare il bambino. Sì, ci sono, o meglio dovrebbero esserci, anche i momenti della frustrazione, sto parlando dei NO.

Per paura di una reazione negativa del figlio, alcuni genitori, rinunciando ai No, rinunciano alla loro funzione educativa, non permettendo allo sviluppo del bambino di procedere. Dovrebbe essere ovvio che in alcuni casi bisogna dire di no, ma poi di fatto non è così, e succede che nelle famiglie si creano situazioni di disagio, dettate appunto dalla semplice incapacità di dire no.

D’altra parte, i figli hanno bisogno di sapere che i genitori sanno cosa va bene per loro. Poi si oppongono, ma questo è normale.

Una mamma non è solo una mamma. La mamma è anche donna, è figlia, è spesso lavoratrice. Conciliare tutto è complicato, eppure conosciamo sempre più frequentemente donne con famiglie numerose che non rinunciano alla carriera e non solo, perché sono donne, in verità, impegnate in tanti aspetti: oltre alla famiglia e al lavoro coltivano passioni, partecipano alla vita collettiva, frequentano amiche. Ma tutto ciò è davvero possibile? La questione sembra complicata, ma la risposta  è semplice: sicuramente vanno effettuate delle scelte. Partendo dal presupposto che tutto si può fare, fondamentale è l’organizzazione.  Con ciò intendo che l’organizzazione (quasi) perfetta esiste ed è legata all’ascolto delle esigenze sia della professione che della famiglia. Indubbiamente il multitasking è affrontabile, senza scomodare super poteri,  ma lo è sicuramente di più se le relazioni che circondano la persona sono buone e si prova ad affrontare tutti i compiti insieme.

In questa festa della mamma penso a chi è mamma e si chiede se sta facendo bene, a chi è mamma nelle difficoltà, a chi è mamma e non lo desiderava, a chi mamma la vorrebbe essere. A queste mamme dico di essere autentiche. Se stesse. Tutto il resto possono anche non esserlo.

Santa Lucia: bugia o magia?

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E’ giusto dire ai bambini che Santa Lucia non esiste? A che età bisogna  raccontare la verità? Quando i nostri figli lo scoprono perdono fiducia in noi genitori che abbiamo mentito?

Tanti quesiti in questi giorni varcano le porte del mio studio a riguardo di una bellissima tradizione. Voglio tranquillizzarvi. Diciamo bugie ai bambini se mentiamo loro sulla realtà, ma nel mondo fantastico non esistono frottole o verità. Raccontare ai nostri figli la magia del Natale non equivale a tradirli o ingannarli. Le fiabe non sono frottole, che sia Cappuccetto Rosso o Santa Lucia, semmai sono un appello alla fantasia e a una visione magica della realtà, indispensabile allo sviluppo dei bambini.

Piuttosto però, penso che dare a Santa Lucia il ruolo del giudice della bontà sia una questione da non dare per scontata, ma da valutare con attenzione. E’ terrificante pretendere che i bambini siano come noi vorremmo che fossero, spesso chiedendo loro di essere già grandi e arrivando persino a minacciare il mancato passaggio della Santa. Sono strategie manipolatorie con cui i genitori cercano di ottenere dai figli comportamenti corretti, ma sono del tutto estranee al gioco di Santa Lucia. In questo caso il genitore diventa colui che interferisce con la magia, un ostacolo al mondo fantastico che appartiene solo ai bambini. E’ una questione da bambini, quindi con quali poteri la mamma può dire a Santa Lucia di non fermarsi a casa nostra?

Altra cosa è chiedere ai bambini il rispetto di poche e semplici regole e di mantenere un comportamento educato perché avvertiti del controllo inaspettato e invisibile di Santa Lucia. Si tratta di buon senso, in questo non c’è nulla di male, d’altronde generazioni e generazioni sono cresciute con l’idea del premio e della punizione. Come del resto è vero che da sempre l’essere umano agisce perché teme le conseguenze dei comportamenti sbagliati, mentre oggi vedo spesso genitori convinti che i figli debbano obbedire solo per amore. Una sciocchezza.

Generalmente, fino a sei anni di solito i bambini non mettono in discussione Santa Lucia e Babbo Natale. Scoprono la verità tra i 7 e i 9. Non c’è un momento adatto per dire loro la verità, ma se ascoltiamo le loro domande, capiamo che i conti non tornano anche a loro a riguardo alla spesa e al tempo che si ha a disposizione per comprare e distribuire tutti i regali, ecc. L’invito è quello di dare risposte coerenti con i sogni dei bambini e faremo bene i genitori.

Noi adulti per primi dovremmo credere a Santa Lucia e a Babbo Natale, a quello che rappresentano per la nostra tradizione.

 

Figura e ruoli delle maestre sono cambiati

 

Episodi  e conseguenze psicologiche delle diverse forme di violenza contro i bambini sono oggetto di molta attenzione, non solo della letteratura scientifica, ma anche di operatori di varie discipline che, a vario titolo, entrano in contatto con le problematiche dello sviluppo e della tutela all’infanzia. Non ultimi i genitori, sempre più allarmati e timorosi di fronte a notizie di episodi di violenza nelle scuole.

Rispetto ad anni fa possiamo certamente affermare una diversa visione dell’infanzia, che a partire dagli anni ’60 andando in progressione, ha proposto l’immagine di un bambino soggetto di diritti. È certamente in una prospettiva di progresso e di valorizzazione dell’immagine dell’infanzia che la maestra ha abbandonato bacchetta e punizioni dietro la lavagna. Il pensiero di allora, condiviso da insegnanti, genitori e bambini stessi, era che qualsiasi mezzo adottato dall’insegnante potesse essere utile, assolutamente autorizzato e giustificato dal fine della correzione del bambino.

In questa scuola l’ascolto e l’empatia lasciavano spazio al rigore, alla competizione e ai tanti strumenti: era così che le orecchie da asino non erano considerate umiliazione, ma la giusta conseguenza dell’aver commesso un errore grave in grammatica, era così che posizionare il banco fuori dalla porta non era sbarramento, esclusione dal gruppo e rottura della relazione educativa, ma l’essersi comportati male, era così che mettersi in ginocchio dietro la lavagna su ceci non era  violenza, ma aver dimenticato di eseguire il compito a casa. Allora la maestra metteva in atto queste punizioni con intenzionalità e con alla base la convinzione di essere utile per l’educazione dell’allievo, e così erano effettivamente viste da tutti.

Ai giorni d’oggi appare inconcepibile, ma assolutamente reale, l’idea che l’insegnante possa intenzionalmente nuocere i bambini con atti che lo turbano, adottando comportamenti violenti, aggressivi e denigratori.

La grande differenza tra la maestra violenta di ieri e di oggi sta proprio nell’intenzionalità; oggi il comportamento non è intenzionale, ma spesso è frutto di stati psicologici alterati ed è quindi necessario lavorare in chiave psicologica sull’origine di una sorta di vendetta indiretta.

La molla dell’impulsività determinata dalla situazione può indurre la falsa credenza circa la sporadicità, la causalità, la rarità e quindi la non gravità dell’accaduto e delle sue conseguenze. Non c’è alcun dubbio su queste. Conseguenze che sono complesse, di entità differente in ciascun caso e che variano in relazione all’età del bambino, alla tipologia, alla durata, alla gravità degli episodi di maltrattamento, ma soprattutto alla tipologia di rapporto che c’è tra bambino e abusante. Rapporto che può essere di tipo educativo se siamo nel contesto scuola, ma anche familiare se ci spostiamo a casa, con conseguenze evidentemente più gravi.

Al di là degli episodi di violenza scolastica, che rimangono da condannare, sottolineo infatti che è all’interno delle mura domestiche che si consumano i più gravi, complessi e diffusi fenomeni di violenza a carico di bambini. Spesso c’è addirittura una compresenza di diverse forme di abuso, con carattere di cronicità e con una certa coerenza del sistema relazionale, in quanto entrambi i partner, seppur con ruoli e responsabilità diverse, appaiono uniti nella mancata protezione del bambino, il quale si trova così a non poter contare almeno su un adulto testimone della sofferenza e dei sentimenti che lo attraversano. Ecco che qui la figura dell’insegnante assume un ruolo chiave come colui che può osservare e riportare indicatori precoci di maltrattamento.

Si rende quindi necessaria un’adeguata formazione dell’insegnante a cogliere i fattori di rischio e i segnali di maltrattamento, nella piena consapevolezza del ruolo importante che rivestono, nella denuncia di episodi di violenza delle famiglie, ma anche di colleghi.

A questa formazione è buona cosa associare un monitoraggio psicologico di tutti gli insegnanti, non imposto dalla scuola o regolato dal Ministero, ma che prende avvio dalla libera iniziativa personale, ancora  nella consapevolezza di svolgere una professione in cui entrano in gioco tante variabili del vissuto personale del presente e del passato, che si riversano su decine e decine di bambini.

Siamo lontani dall’aver una cultura dell’adolescenza

adolescenza

“I genitori devono andare a prendere i figli a scuola, è la legge”, sono queste le parole del Ministro Fedeli che hanno innescato agitazione nei gruppi whatsapp delle mamme e non solo.
Non commento la superficialità e leggerezza di questa affermazione, che ha tutto il sapore di una tutela di sè senza troppe responsabilità più che di un reale interesse educativo dei ragazzi, ma propongo una riflessione su questa fase della vita.
Tra adulti si parla di adolescenza sgranando gli occhi e associandola a problemi di varia natura, questo per un motivo che è una grande realtà: siamo lontani dall’aver una cultura dell’adolescenza. Non è chiaro ciò che in adolescenza è assolutamente fisiologico, e in questo comprendo il conflitto con i genitori e il comportamento esplorativo di trasgressione. Sono senza dubbio due elementi che spaventano e che non sono facili da affrontare nella quotidianità, ma non è soffocando i ragazzi che si limitano “i danni dell’adolescenza”, anche perché spesso i danni sono solo quelli pensati dagli adulti. D’altra parte anche tra le chiacchiere o i giornali si parla abbastanza male di loro, e in qualche modo non ci piace deludere le nostre aspettative. Capita spesso che nel mio studio arrivi un genitore disperato per motivi diversi e tra questi include il conflitto con la figlia di 14 anni. E io rispondo: ben venga! È attraverso il conflitto che ci si stacca dall’ essere bambino e si sperimenta la creazione di un Io nuovo, che poi diventerà adulto.
In questo processo nessun adolescente imparerà mai niente da un adulto che vuole insegnargli qualcosa, la sperimentazione è da vivere in autonomia, o in stretto contatto con un amico.
Chiediamo a nostri bambini di crescere felici, ma prepariamoci ad accogliere le persone in cui i bimbi si trasformeranno!

La Psicologia: una scienza giovane con un interesse antico

La Psicologia, se da un lato ha una lunghissima preistoria, dall’altro ha una storia relativamente breve. E’ infatti, una scienza giovane, ma che ha per oggetto un antico interesse dell’uomo.
Le origini della Psicologia sono molto anche, già Aristotele nel 350 a.C. scrive il “De Anima”, ma anche Platone si pone interrogativi di carattere psicologico.
E’ solo nel 1500 che Melantone conia il termine Psicologia, con il quale intendeva l’insieme di conoscenze filosofiche, pedagogiche, letterarie, religiose, mitologiche riguardanti l’animo umano.
Tra il 1600 e il 1700 compaiono numerosi dibattiti sulla psicologia, ricordiamo la suddivisone tra mente (res cogitans) e corpo (res extensa) di Cartesio, le critiche di Hobbes e il “Saggio sull’intelletto umano” di Locke.
Intorno alla metà del 1800 la psicologia non è più una questione per filosofi, ma inizia a diventare oggetto di interesse di vari scienziati, come medici, fisiologi, biologi.
Tra questi scienziati troviamo i precursori della psicologia scientifica moderna, i quali hanno condotto studi molto rilevanti, come la nascita della psicofisica di Weber e Fechner, lo studio dei tempi di reazione di Donders e gli studi sulla memoria di Ebbinghaus.
Il fondatore della Psicologia scientifica è W. Wundt, il quale, dopo aver pubblicato i “Fondamenti di Psicologia fisiologica”, nel 1879 fonda il primo laboratorio di psicologia scientifica a Lipsia, tiene corsi universitari in materia e fonda una rivista.
Grazie a Wundt la psicologia diventa una scienza autonoma che ha come oggetto di studio i processi sensoriali semplici (sensazione e percezione). Lo scopo è lo studio della struttura della mente attraverso lo strumento dell’introspezione, che consiste nel guardare dentro alla propria mente, cercando di cogliere e riportare i processi mentali che hanno avuto luogo durante la presentazione di uno stimolo. Era però necessario un addestramento.
Titchener, allievo di Wundt, si trasferisce negli Usa e approfondendo gli studi del maestro, fonda lo Strutturalismo, che ha come oggetto di studio la struttura della mente umana, attraverso l’analisi dei suoi contenuti elementari. Il metodo utilizzato rimane l’introspezione.
L’approccio strutturalista è destinato a tramontare con la morte del suo fondatore, in quanto erano numerosi i limiti metodologici.
La diffusione della teoria evoluzionistica di Darwin costituisce la radice storica del Funzionalismo, che nasce alla fine del 1800, negli Usa ad opera di W. James, mentre le correnti più evoluzionistiche sono da far risalire a Angell e Carr. Il funzionalismo si interroga appunto sulla funzione dei processi mentali e ha come oggetto di studio i processi e le funzioni che favoriscono l’adattamento dell’organismo all’ambiente. L’eclettismo metodologico che adotta si basa sull’utilità pratica e sulla capacità di indagare le interazioni dell’uomo con l’ambiente naturale.
Lo stretto legame che si prospetta tra comportamento e ambiente, porta la psicologia allo studio del comportamento e alla nascita del Comportamentismo (o Behaviourismo). Nel 1913 Watson pubblica “La psicologia dal punto di vista comportamentista”, un articolo considerato il manifesto del comportamentismo.
Secondo i comportamentisti la psicologia per diventare scienza deve concentrarsi su un oggetto di studio che possa essere osservato in maniera intersoggettiva da tutti i soggetti. Tale oggetto di studio è il comportamento, inteso come insieme delle risposte muscolari e ghiandolari di un individuo ad uno stimolo, secondo il modello S-R. Ha quindi le seguenti caratteristiche: è osservabile, misurabile, verificabile, manifesto. La mente è considerata una black box all’interno della quale non è dato sapere cosa accada. Il metodo di studio utilizzato è quello sperimentale di laboratorio.
Oggetto di studio del Comportamentismo è stato l’apprendimento, infatti fondamentali sono stati i contributi da parte della scuola russa. Pavlov, ha studiato sui cani il Condizionamento classico e ha vinto il Premio Nobel nel 1904, Skinner ha approfondito questi studi e ha elaborato il Condizionamento operante.
Parallelamente al Comportamentismo americano, in Europa (in particolare nell’Istituto di Psicologia di Berlino) nasce la psicologia della Gestalt. Nel 1912, infatti, Wertheimer, considerato il fondatore, pubblica un articolo sul movimento appartente (o stroboscobico).
Si tratta della psicologia della forma, che pone la sua attenzione in particolare sul processo percettivo e sostiene che ciò che conta è la totalità di un fenomeno e non le singole parti che lo compongono, l’intero è qualcosa di più della somma delle parti. Gli psicologi della Gestalt hanno elaborato importanti principi percettivi innati di raggruppamento (es. principio di vicinanza, di somiglianza, di chiusura, di continuità).
Il metodo impiegato è il metodo fenomenologico, che consiste in una osservazione di tipo bottom-up dei fenomeni.
In America, negli anni ’60, contro il riduzionismo del Comportamentismo si sviluppa un nuovo orientamento, grazie ad una rivoluzione cognitiva avviata da alcuni psicologi che hanno ammesso l’esistenza di un qualcosa tra S e R.
Nasce così il Cognitivismo, con il suo fondatore Neisser, che ha come oggetto di studio i processi cognitivi, divenuti ormai una presenza innegabile nell’elaborazione di informazioni, infatti i processi cognitivi non possono essere visti, ma la loro funzione può essere inferita, come nel caso del paradigma dei tempi di reazione.
Possiamo distinguere due fasi nello sviluppo del Cognitivismo, la prima relativa al cognitivismo radicale della HIP (Human Information processing) per il quale la mente è un elaboratore di informazioni, e la seconda del Neo-Cognitivismo, che pone attenzione agli aspetti sociali e culturali (problema dello human factors).
Di grande rilievo è la Psicoanalisi di S. Freud, che segna una frattura epistemologica nel pensiero psichiatrico fino a quel momento improntato a premesse organicistiche.Freud nel 1922 definisce la Psicoanalisi come un procedimento per l’indagine dei processi psichici inconsci, cui altrimenti sarebbe impossibile accedervi, un metodo terapeutico basato su questa indagine, una serie di conoscenze psicologiche acquisite, che gradualmente si sommano per formare una nuova disciplina scientifica. I cardini della psicoanalisi sono: le libere associazioni, il transfert (e controtransfert) e il sogno.
Centrale è il concetto di inconscio che caratterizza la struttura della mente presentata nella prima topica (Inconscio, preconscio e conscio) e nella seconda topica (Es, Io, Super-Io).
Tra le opere più importanti di Freud rientrano i “Tre saggi sulla teoria sessuale”, in cui delinea il suo modello di sviluppo diviso in fasi (orale, anale, fallica, latenza, genitale).
Osservazione e interpretazione sono i metodi di studio utilizzati.
Nella scuola di Ginevra, fondata da J. Piaget, nasce l’Epistemologia Genetica, che ha come oggetto la conoscenza così come si sviluppa nell’interazione organismo-ambiente. Coniuga metodo sperimentale e metodo clinico e studia il funzionamento delle strutture cognitive nei diversi stadi dell’esperienza. Piaget ha elaborato un’importante teoria dello sviluppo cognitivo in 4 stadi: senso motorio, pre-operatorio, operatorio concreto, operatorio formale.